lunedì 18 giugno 2012

Padre mio, mi sono affezionato alla terra di Mario Luzi



Padre mio, mi sono affezionato alla terra




(Mario Luzi, Via Crucis al Colosseo 1999)

Padre mio, mi sono affezionato alla terra

quanto non avrei creduto.

È bella e terribile la terra.

Io ci sono nato quasi di nascosto,

ci sono cresciuto e fatto adulto

in un suo angolo quieto

tra gente povera, amabile e esecrabile.

Mi sono affezionato alle sue strade,

mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,

le vigne, perfino i deserti.

È solo una stazione per il figlio tuo la terra

ma ora mi addolora lasciarla

e perfino questi uomini e le loro occupazioni,

le loro case e i loro ricoveri

mi dà pena doverli abbandonare.

Il cuore umano è pieno di contraddizioni

ma neppure un istante mi sono allontanato da te.

Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi

o avessi dimenticato di essere stato.

La vita sulla terra è dolorosa,

ma è anche gioiosa: mi sovvengono

i piccoli dell'uomo, gli alberi e gli animali.

Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.

Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.

Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?

Il terrestre l'ho fatto troppo mio o l'ho rifuggito?

La nostalgia di te è stata continua e forte,

tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.

Padre, non giudicarlo

questo mio parlarti umano quasi delirante,

accoglilo come un desiderio d'amore,

non guardare alla sua insensatezza.

Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà

eppure talvolta l'ho discussa.

Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.

Quando saremo in cielo ricongiunti

sarà stata una prova grande

ed essa non si perde nella memoria dell'eternità.

Ma da questo stato umano d'abiezione

vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza.

Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,

ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.

Qui termina veramente il cammino.

Il debito dell'iniquità è pagato all'iniquità.

Ma tu sai questo mistero. Tu solo.

sabato 9 giugno 2012

Arte poetica di Pablo Neruda




Tra ombre e spazio, tra guarnigioni e donzelle,

dotato di cuor singolare e di sogni funesti,

precipitosamente pallido, appassito in fronte,

e con lutto di vedovo furioso per ogni giorno della mia vita,

ahi, per ogni acqua invisibile che bevo sonnolento

e per ogni suono che accolgo tremando,

ho la stessa sete assente, la stessa febbre fredda,

un udito che nasce, un'angustia indiretta,

come se arrivassero ladri o fantasmi,

e in un guscio di estensione fissa e profonda,

come un cameriere umiliato, come una campana un po' roca,

come uno specchio vecchio, come un odor di casa sola

in cui gli ospiti entrano di notte perdutamente ebbri,

e c'è un odore di biancheria gettata al suolo, e un'assenza di fiori

- forse un altro modo ancor meno malinconico -,

ma, la verità d'improvviso, il vento che sferza il mio petto,

le notti di sostanza infinita cadute nella mia camera,

il rumore di un giorno che arde con sacrificio

sollecitano ciò che di profetico è in me, con malinconia,

e c'è un colpo di oggetti che chiamano senza risposta

e un movimento senza tregua, e un nome confuso.

 Poesia di Pablo Neruda

venerdì 1 giugno 2012

Con la poesia di Paolo Colombo


Voglio portarti in braccio
Con la poesia

Poi con amore e psiche farti volare

I versi sono capaci
Di gonfiare
Le mongolfiere
Colorate dei sogni
Voglio portarti in alto
Con la poesia

Dove l'azzurro scintilla
Fiume baciato di sole

E non avrai più braccia
E non avrai più gambe
E non avrai né piedi né mani

Ma per il tuo domani
Due immense ali

Così dovunque
Andare tu potrai

Perché ben sai
Con le ali della poesia
Non ci stanchiamo mai

24-05-2009

dal libro Piccole barche di Paolo Colombo