martedì 6 marzo 2012

La grande gioia di Pablo Neruda


L'ombra che ho frugato ormai non mi appartiene.

lo ho la gioia duratura dell'albero,

l'eredità dei boschi, il vento del cammino

e un giorno deciso sotto la luce terrestre.

Non scrivo perché altri libri mi imprigionino

né per accaniti apprendisti di giglio,

bensì per semplici abitanti che chiedono

acqua e luna, elementi dell'ordine immutabile,

scuole, pane e vino, chitarre e arnesi.

Scrivo per il popolo per quanto non possa

leggere la mia poesia con i suoi occhi rurali.

Verrà il momento in cui una riga, l'aria

che sconvolse la mia vita, giungerà alle sue orecchie,

e allora il contadino alzerà gli occhi,

il minatore sorriderà rompendo pietre,

l'operaio si pulirà la fronte,

il pescatore vedrà meglio il bagliore

di un pesce che palpitando gli brucerà le mani,

il meccanico, pulito, appena lavato, pieno

del profumo del sapone gua!derà le mie poesie,

e queste gli diranno forse: «E' stato un compagno».

Questo è sufficiente: questa è la corona che voglio.

Voglio che all'uscita di fabbriche e miniere

stia la mia poesia attaccata alla terra,

all'aria, alla vittoria dell'uomo maltrattato.

Voglio che un giovane trovi nella scorza

che io forgiai con lentezza e con metalli

come una cassa, aprendola, faccia a faccia, la vita,

e affondandovi l'anima tocchi le raffiche che fecero

la mia gioia, nell'altitudine tempestos

2 commenti:

  1. La poesia più alta che disdegna i dotti e si offre sgli umili.

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  2. Quanto si vorrebbe essere capaci di vedere e di sentire come il Poeta, ma soprattutto, quanto si vorrebbe essere capaci a scrivere in maniera così intensa e significativa.

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